Giochi proibiti

Bam, bam, bammm… era più o meno questo il rumore che faceva il pallone mentre rimbalzava sul tetto delle auto parcheggiate di fronte al piccolo supermarket del quartiere. Negli spensierati anni ’80, quando i centri commerciali non esistevano ancora, questi negozi prosperavano. Mi ricordo che il sabato pomeriggio venivano letteralmente presi d’assalto. Di fronte a casa mia ce n’era uno molto frequentato, dove tutti volevano lasciare l’auto il più vicino possibile agli ingressi, ma il parcheggio era troppo stretto e molti rimanevano in attesa, bloccando i nuovi arrivi e l’uscita degli altri. Ci divertivamo a guardare il caos che si veniva a creare nel corso del pomeriggio, con tanti che andavano e venivano in una lenta processione, intervallata dalle sgasate e dai clacson dei più impazienti, per non dire di peggio. A scaldare ulteriormente gli animi in un clima già teso, eravamo noi ragazzacci, che in quella baraonda ci permettevamo impunemente di giocare a pallone tirando di qua e di là. E spesso, inevitabilmente, la palla centrava un’auto o finiva addosso a qualcuno. A volte anche dentro a qualche carrello della spesa. Altre volte la palla non la vedevamo più per un po’, perché ce la portavano via per punizione. Tutto questo succedeva anche perché noi non avevamo nessun altro posto dove andare che non fosse un bar.
Ho ripescato questi ricordi quando l’altro giorno mi è capitato di sentire per radio che a Palermo hanno chiuso un oratorio perché i ragazzi che giocavano a pallone facevano troppo rumore. Una gran brutta notizia, soprattutto se pensiamo a cosa potrebbe accadere a quei giovani che adesso non avranno più quel posto dove stare. Ho subito pensato che forse il problema si poteva risolvere con qualche regola sugli orari, magari giocando un po’più tardi per non disturbare il riposo pomeridiano dei residenti.

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Quello dei luoghi di aggregazione giovanile è sempre stato un problema, ma oggi, nell’era degli smartphone e di whatsapp, in cui i giovani passano il tempo a parlarsi in spazi virtuali, la disponibilità di luoghi fisici d’incontro, sia all’aperto che al chiuso, sta diventando un’emergenza. Spesso questi luoghi esistono, ma sono chiusi, fatiscenti, non curati. I giovani non li utilizzano anche perché stanno perdendo l’abitudine di ritrovarsi in gruppo, per giocare, fare sport, studiare. In questo senso, la riqualificazione degli spazi pubblici deve necessariamente tenere conto di queste esigenze, offrendo aree attrezzate che invoglino la gente a frequentarle, perché l’unico modo per combattere il degrado urbano è vivere gli spazi collettivi, popolandoli di attrattive, attività, persone.

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