Home restaurant: dove non può la legge, a volte può il modulo

Riflessioni giuridiche da leggere al tavolino di un bar o sul divano di casa…    Siamo abituati a pensare che la burocrazia abbia invaso ogni angolo della vita pubblica e privata, che qualsiasi cosa si intenda fare sia soggetta a regole e permessi. Di conseguenza, se un’attività è priva di una legge specifica, siamo indotti a credere che quell’attività sia vietata. In realtà, è vero il contrario: se un’attività è priva di disciplina, in linea di principio è da ritenersi a libero esercizio. A ben vedere, nel diritto privato i contratti non previsti dal Codice civile non sono vietati, ma prendono il nome di contratti “atipici”, e sono legittimi se gli interessi perseguiti non sono contrari alla legge.

Ma la libertà di iniziativa privata, per quanto esista da settant’anni in Italia, è un principio che ancora oggi fatica ad affermarsi. Il peso del controllo pubblico è così stringente che a volte, per vincere il braccio di ferro con la burocrazia, sono gli stessi operatori privati ad invocare una disciplina per il proprio settore di attività.

Intendiamoci, i privati ne farebbero anche a meno di una legge specifica a regolare i propri affari. Perché quando si stabiliscono nuove regole, inevitabilmente si creano barriere, limiti e distinguo che fanno male all’impresa e alla continua evoluzione del mercato. È vero anche, però, che per superare gli ostacoli frapposti dalla burocrazia alle attività nuove, l’arrivo di una disciplina di settore può essere d’aiuto, o comunque apparire come il male minore. Se non altro per evitare che tutto ciò che ancora non ha una disciplina sia da considerato illecito.

E l’Home restaurant “diventa” legge

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A volte però, la legge non arriva, e un certo mercato, seppur lecito, non riesce a decollare proprio per le resistenze e le ambiguità che fioriscono in mancanza di una norma specifica in suo favore. È quanto accaduto per l’Home restaurant e per le altre attività di gastronomia domestica. Dopo anni di discussioni parlamentari e proposte di legge insabbiate, nel 2017 assistiamo ad una svolta: la voce Home restaurant fa il suo ingresso ufficiale nel modulo unificato di “notifica sanitaria”, la comunicazione che abilita dal punto di vista igienico-sanitario. Si è invece continuato a discutere sulla necessità che la notifica dovesse essere accompagnata da una “Scia” per l’attività di somministrazione di alimenti e bevande, per quanto questo avvenisse in abitazione privata e non in pubblico esercizio. Ho sempre sostenuto la necessità della Scia anche per l’Home restaurant, attività lecita anche senza una sua legge dedicata, ma non del tutto libera. In via di interpretazione sistematica delle norme sulla somministrazione, a partire dalla vecchia legge del 1991 fino al decreto del 2010, possiamo notare che la disciplina della somministrazione non è legata solo ai pubblici esercizi come bar e ristoranti, ma può svolgersi nei contesti più vari e sempre previa abilitazione con Scia/autorizzazione.

Con le modifiche di aprile alla modulistica unificata, si precisa nella Scia che se la somministrazione avviene in abitazione privata, non si applicano alcuni requisiti specifici dei locali pubblici. Tutto ciò in linea con quanto ho sempre sostenuto e più recentemente ribadito nel mio libro “Home restaurant & dintorni” (Maggioli Editore). È appena il caso di ricordare che i moduli unificati standard sono obbligatori in tutti i comuni. Dove non può la legge, a volte può il modulo.

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